Erika Graci
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Bicchiere mezzopieno

È molto importante conoscere la ragione per cui commettiamo degli errori. È essenziale per poter affrontare le conseguenze che questi sbagli comportano. L’autoanalisi, infatti, è tipica di chi fa della consapevolezza uno dei propri punti di forza.


Oggi, per una serie di eventi fortuiti, è toccato a me andare a scomodare eventi atavici del lontano medioevo: il 2001.
Sfruttando le mie conoscenze della teoria del formaggio di James Reason, parto dall’anno della maturità classica (ci tengo sempre a precisarlo), quando quarantotto ore prima di discutere la tesina, partecipavo a un matrimonio in veste di testimone di nozze. Per l’occasione avevo deciso di studiare sul terrazzo di casa, in modo da mistificare le occhiaie da studio con un’abbronzatura sfavillante, la stessa che, accompagnata dall’ultimo boccolo dell’acconciatura montata per le nozze, di cui sopra, mai avrei immaginato mi sarebbe costata un così caro prezzo.


Un membro esterno della Commissione d’esame, infatti, non aveva esitato a commentare negativamente la mia cura estetica, messa a confronto con i mollettoni e i brufoli delle mie compagne di classe. Quel “Vedrai che questa non sa nulla”, rivolto al prof di filosofia, era arrivato nitido alle mie orecchie, attivando in me la stupidità tipica dell’adolescente portatrice sana del senso di giustizia. Ricordo benissimo come mi ero accorata nel rivolgerle la parola per giustificare il mio aspetto, indisponendola ancora di più.


Mettendo, quindi, in fila la possibilità di studiare sul terrazzo, l’acconciatura da cerimonia, il bisogno di difendersi da un giudizio, a discapito della matura considerazione che riconosce agli altri la libertà di dire e pensare ciò che si vuole, sono arrivata a pensare che l’assegnazione del voto di Maturità, quel maledetto 89, fosse l’inizio della fine di una carriera nemmeno cominciata.
Sì, perché, voto dignitoso, per carità, quella cifra era insufficiente per l’ammissione nella prestigiosa Università in cui avevo adocchiato un indirizzo stupendo. E così bye bye Bocconi.
Da allora, davanti a ogni successo ho sempre sospirato “che grande bocconiana sarei stata”, senza indagare se la responsabilità della mia mancata esperienza milanese dipendesse davvero da quell’89 o da me, dalla professoressa stizzita o dal destino.


Oggi, che lavoro come hashtagPerformance hashtagEvaluation Manager e coltivo la passione per la psicoterapia, certe volte mi chiedo se la mia sorte sarebbe stata davvero così diversa.
Poi guardo i miei figli e mi dico che no, la mia felicità, lucida e consapevole, sarebbe stata autentica e intensa a prescindere.
Certo è che se uno dei miei due eredi studiasse nell’ateneo milanese io mi perderei in un brodo di giuggiole.


Touché per me!